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Amiâ Zena

Genova è la città più bella del mondo!

Aeroporto in love…

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Feb 23, 2023

Ero di ritorno da un viaggio, non ricordo di preciso dove ero stato, ma avevo fatto scalo all’aeroporto di Parigi. Mentre vagavo nel terminal guardando vetrine e negozi vari per far passare l’attesa snervante tra un volo e l’altro, sentii una musica in lontananza. C’era un pianoforte a disposizione delle persone che aspettavano il proprio volo. Un ragazzo strava strimpellando una musica che se non ricordo male era una canzone dei Queen. Non suonava bene, cioè nulla di indimenticabile, però ero curioso del fatto che quel pianoforte fosse lì a disposizione di tutti. Ad un certo punto una ragazza, o come diresti tu una vecchia 40enne, si alzò e si sedette al seggiolino del piano, sistemò l’altezza della seduta, accarezzò i tasti bianchi come a chiedere il permesso di poter suonare. Non era bellissima, sicuramente affascinante, lunghi capelli neri, occhi grigi, vestita in modo elegante ma comodo. Appoggiò le dita sui tasti e iniziò a suonare una melodia che conoscevo ma di cui non sapevo il nome, come se stesse facendo stretching per le dita. Continuò a suonare melodie sempre più complesse e tutte le persone in attesa erano rapite dalle sue dita, il suono del piano e la sua mise che sicuramente non passava inosservata. 

Elegantemente prese a suonare con dolcezza infinita le note di Caruso di Lucio Dalla. La platea era rapita dai suoi movimenti e dal suo suonare ad occhi chiusi quella melodia inconfondibile. Suonava e sottovoce cercava di pronunciare le parole e capii che non era italiana. Mentre suonava si avvicinò un vecchio ragazzo, anch’esso 40enne. Si mise accanto al piano e iniziò a cantare in modo naturale, come se quella canzone fosse stata scritta da lui, come se fosse parte integrante del suo DNA.  La ragazza alzò gli occhi e lo guardò mentre cantava, lei continuò a suonare fino a che i loro sguardi si incrociarono e lei sbagliò una nota. Timidamente disse “Sorry!” Lui con un cenno le chiese spazio sullo sgabello. Lei si alzò, lui si sedette, posò le mani sulla tastiera e quasi scherzosamente iniziò a suonare la Per Elisa. Poco dopo si alzò, fece segno a lei di sedersi. Lei sorridendo prese posto e iniziò a suonare la colonna sonora di Stanlio e Ollio. Lui si mise a ridere, era il suo turno. Cambiò genere e passo ad una musica più veloce, più decisa, più sfidante: la colonna sonora dei pirati dei caraibi. Ma sbagliò. Riprovò ma sbagliò di nuovo. Improvvisamente lei scherzosamente gli diede una spinta, si sedette e suonò la stessa melodia senza sbagliare una nota. Tutti i Globetrotters che stavano aspettando e si stavano godendo lo spettacolo, me compreso, applaudirono e risero a quel gesto. 

Toccava di nuovo a lui, era il momento di passare a qualcosa di personale: Perfect di Ed Sheeran. Lei arrossì, era indecisa se guardare le mani di lui che accarezzavano il piano o il suo sguardo che accarezzavano i suoi occhi. Lui si alzò, le fece spazio. Lei si sedette, aspettò qualche secondo e poi partì con Your Song di Elton John. Quando arrivò quasi alla fine del pezzo, alzò lo sguardo, guardò il ragazzo fisso negli occhi e cantò la frase “… Yours are the sweetest eyes I’ve ever seen…” Lui arrossì, si sedette accanto a lei, chiedendo leggermente un po’ di spazio. Continuarono a suonare le ultime battute a quattro mani. And you can tell everybody, this is your song… Finirono di cantare e suonare insieme. Guardarli era come assistere alla nascita di una storia d’amore. Entrambi così decisi ma così timorosi di azzardare la mossa successiva. Lei intonò un paio di note di Who wants to live forever dei Queen. Lui la seguì come aveva fatto precedentemente. Continuarono spalla contro spalla, a volte le loro dita si sfioravano, come a cercarsi, ma senza mai unirsi. Ad un tratto lei si fermò, mise la sua mano sinistra sulla destra di lui. Ascoltò con attenzione lo speaker dell’aeroporto annunciare non ricordo bene quale partenza. Lei si alzò di corsa, andò a prendere la valigia e il cappotto  che aveva lasciato sulla panchina poco distante dal pianoforte. Il tutto con uno scatto deciso e mirato a non perdere tempo. Fece il percorso inverso dalla panchina al piano forte con il cappotto arrotolato sul braccio destro e tenendo il trolley con la mano sinistra. Si avvicinò al ragazzo che era rimasto seduto sullo sgabello con ancora le mani abbandonate sulla tastiera. Lei senza pensarci due volte gli diede un bacio sulle labbra, lui incredulo rimase paralizzato su quella sedia. Lei corse via verso i gates, verso chissà quale descrizione. Dopo circa 5, al massimo 10 secondi, il ragazzo tornò in sé. Si guardò intorno come a volerla cercare nelle vicinanze del piano. Ma lei era corsa via. Si alzò, raccolse una borsa da viaggio in pelle che aveva lasciato ai piedi del piano. Mise la tracolla sulla spalla e iniziò a correre verso.  Non so se sia riuscito a fermala, a rintracciarla prima che salisse a bordo di chissà quale volo. Mi piace pensare che fosse riuscito a raggiungerla, a darle semplicemente un numero di telefono, un biglietto, un indirizzo, un qualcosa per rimanere in contatto. Chissà magari… Chissà…  

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