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Amiâ Zena

Genova è la città più bella del mondo!

La vita quotidiana in tempi di guerra. Di Angela Valle

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Nov 19, 2021

Ciao Pirati dei Ratti!!!

Troppo spesso diamo per scontate mille cose e mille comodità che ogni giorno fanno parte della nostra vita. Mezzi di trasporto, comunicazioni, cibo, vacanze, giochi, hobbies e vizi vari…

Ma se improvvisamente ci venissero a mancare tutti i nostri privilegi?

Questo racconto testimonia come in tempo di guerra molte persone erano costrette a vivere e tutti noi dovremmo farne tesoro! Grazie a Mirta Marinari per la condivisione delle memorie della cara mamma Angela Valle!

Variana 1942-‘43 – La vita quotidiana

Quando, con i miei genitori, una notte di Novembre del 1942, sono arrivata finalmente a Variana dove avevamo deciso di sfollare dopo il bombardamento su Genova del 7 novembre 1942, che ci aveva sinistrato anche la casa di Via Flora, mi pareva di aver raggiunto l’Eden. Provavo una sensazione indescrivibile, perché mi sembrava impossibile che esistesse al mondo un angolino dove non sganciassero bombe e dove non mitragliassero i poveri cittadini. Chiesi a papà se lì si poteva stare tranquilli ed egli rispose affermativamente, perché era impensabile che gli anglo-americani sprecassero qualsiasi munizione per un paesino di pochissimi abitanti, senza nessun militare, sia italiano che tedesco, né strade che portassero altrove perché, dopo Variana, c’era soltanto un altro paesino che si chiamava e si chiama Grondona, e poi la strada finiva e c’erano soltanto boschi e monti.

Mamma ed io ci tranquillizzammo, guardammo quasi incredule il bagliore rossastro di qualche bombardamento lontano e udimmo lo scoppio molto attutito dalla distanza delle bombe che venivano sganciate su qualche città o linea ferroviaria.. Io ero finalmente serena e avrei baciato la terra di quel paesino che considero la mia seconda patria. La famiglia che ci ospitò, naturalmente a pagamento, si chiamava Bottaro ed era allora formata da papà Armandino che aiutava il figlio Angelo (1 anno più di me) nel lavoro dei campi, mamma Teresina che badava a tutto in casa e fuori, galline comprese, e la figlia Giulietta che lavorava nello stabilimento IUTA.

Però, come in tutte le cose, c’era anche qui il rovescio della medaglia, perché la vita a Variana era a quei tempi molto dura. Sembrava di essere tornati a fine Settecento quando la Storia ci racconta che i poveri di allora vivevano così: niente acqua corrente, quindi bisognava andare ad attingerla, secchio dopo secchio, al lavatoio che era nell’unica piazza del paese. Poca corrente elettrica ad intermittenza, nessun gabinetto, nessuna possibilità di lavarsi perché non c’era nemmeno una conca da poter riempire con l’acqua del lavatoio. C’era soltanto un lavandino (che ovviamente serviva solo per lo scarico dell’acqua) che misurava circa 50 cm per 30 e nel quale entrava appena un piccolo catino che Teresina, massaia di casa, chiamava “vasuetta”, che ricordo ancora perfettamente perché mi piaceva. All’esterno era di terracotta e all’interno era smaltata a chiazze verdi e gialline. E questa “vasuetta” era l’unico mezzo per poterci lavare almeno viso, mani e braccia: se chiunque, sfidando il freddo di quell’inverno gelido e il pavimento della cucina in terra battuta, tentava di spogliarsi un pochino di più per lavarsi meglio, c’era subito qualcuno di noi sette che entrava in cucina. D’altronde era quello l’unico posto dove soggiornare e quindi era giocoforza rinunciare a quella specie di lavaggio. Infatti noi tre, mamma, papà ed io, non ci siamo potuti lavare per tutti i sei mesi e mezzo del nostro sfollamento!!!

Per il lavaggio della biancheria ecc. si andava nel torrente Spinti, un poco più giù, nella valle, in tutte le stagioni e con tutti i tempi..Altro grande disagio: per andare nella nostra camera con porta sull’esterno, se eravamo come sempre in cucina, bisognava uscire da questo locale riscaldato da una grande stufa a legna, attraversare circa due metri di vicoletto all’aperto ed entrare nella nostra stanza, assolutamente ghiacciata ma dotata di un letto matrimoniale dove dormivamo noi tre, due comodini e una madia dove Teresina impastava sì e no tre volte all’anno, e cioè quando si poteva avere la farina alla borsa nera.

In seguito papà costruì una specie di appendiabiti da lui inventato per appoggiare i nostri pochi indumenti, costituito da una barra di legno trasversale inchiodata su due assi messe in verticale, le quali a loro volta erano inchiodate su due pezzi di legno che fungevano da piedi, poggiando sul pavimento. E questo fu l’antesignano del servo muto. Oggi si usano nelle case e anche nelle sartorie e negli ateliers, naturalmente fatti a regola d’arte e secondo il più moderno design!I nostri bisogni si facevano in un vaso da notte molto pesante: ci si chiudeva in camera e, dopo, si usciva all’aperto con questo peso maleodorante fra le mani e si andava a buttare il contenuto del vaso da notte nel letamaio che era a soli due metri circa dalla nostra camera da letto.

Ma, nonostante conducessimo una vita veramente grama, in quei quasi sette mesi di sfollamento in casa Bottaro non si ammalò mai nessuno di noi sette, nemmeno di un raffreddore!

A volte, quando mamma ed io sentivamo il bisogno di un bidet, siccome la “vasuetta” era sacralmente destinata soltanto a mani e viso, cercavamo foglie abbastanza grandi e meno ruvide possibile e, dopo averle lavate al rubinetto in piazza, ci rinfrescavamo con quelle. D’altronde la carta era quasi introvabile e le foglie la sostituivano in molti casi…Oltre a poter mangiare e soprattutto dormire in santa pace, ho un altro piccolo ricordo di Variana, o meglio del cibo della Teresina, il sapore del quale ricordo ancora, dopo ben 69 anni, perché è un gusto che non ho mai più risentito in nessun alimento. Dopo tante scorpacciate di castagne (unico nutrimento che avevamo a disposizione), Teresina ci faceva ogni tanto una specie di crema-yogurt che preparava col latte comprato dai più ricchi del paese, la famiglia Perassolo (soprannominata Maggiù) che possedeva le mucche. Con fare assai misterioso Teresina metteva nel latte il “presù” (non ho mai saputo bene cosa fosse) e, dopo qualche ora, era pronta una specie di crema molto soda, dal gusto per me squisito e mai più degustato da allora. C’era dentro pochissimo zucchero ma per me era buonissimo anche così e ne avrei voluto ben di più di quella misera mezza tazza a testa che ci toccava. Ma, conoscendo la situazione, non mi azzardavo nemmeno a chiedere.

Altra mancanza del tempo di guerra a Variana era la lana e la stoffa di ogni tipo, ma la mamma era riuscita a recuperare, dopo molto tempo e fatica, alcuni indumenti di lana smessi con i quali, dopo averli disfatti, faceva degli scialletti all’uncinetto: naturalmente erano multicolori ed erano rotondi. Erano detti “alla genovese” perché facevano parte del folclore di Genova e noi, posandoli sulle spalle piegati a metà, ci scaldavamo un po’. Sempre con quella vecchia lana, la mamma mi confezionò ai ferri quel famoso maglione al quale ho già accennato in questi miei ricordi, maglione che ho indossato per anni e anni, fino alla consunzione; lo ricordo perfettamente perché, come ho già detto, malgrado tutto mi piaceva tanto: era beige e aveva il carrè e un pezzo di manica di un bell’azzurro.Com’ero giovane e come mi accontentavo di poco e niente! Vorrei, come spesso mi succede, fare il paragone con le ragazze di oggi, 2011, ma ci rinuncio sempre per non mettere troppo in evidenza la mia vecchiaia!

Ciao a tutti P.

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